Più volte ho scritto di quanti luoghi comuni ci siano sui carnici. Io stessa ne ho ironizzato nel test “Quale delle due è la carnica?”
Una cosa sicuramente vera, comunque, è il pudore nell’esibire i sentimenti: difficilmente un carnico, soprattutto di una certa età, sarà incline a dimostrare in pubblico ciò che prova, sia dolore o amore.
Manchiamo completamente della teatralità tipica di certe zone del Sud, dove i sentimenti vengono ostentati in modo plateale e a volte perfino esagerato.
Ad ogni modo, essere pudichi non significa essere freddi o duri, anzi. Siamo piuttosto come un’anatra sul pelo dell’acqua: sembra immobile e composta, ma in realtà le zampe sotto il corpicino sono in frenetico movimento.
Oggi vi voglio raccontare una storia bellissima, che parla di lentezza, di sacrificio, amore e resistenza, in contrapposizione alla frenesia della vita a cui siamo ormai assuefatti, dove tutto scorre veloce come la time line di un social e una notizia è importante e clamorosa forse solo per i famosi 15 minuti profetizzati da Andy Warhol.

Questa storia inizia nel 1967 e ha per protagonisti due ragazzi di 17 anni, che si incontrano e si innamorano al primo sguardo. Sette anni dopo si sposano, dopo altri quattro hanno un figlio e vivono quella che dall’esterno appare una vita normale, forse perfino noiosa: lui lavora, lei rimane a casa col bambino, la domenica vanno a messa al mattino, dai genitori di lei il pomeriggio, d’estate trascorrono le vacanze in montagna.
Ma non c’è noia nella loro vita: i due sposi sono molto attivi culturalmente, divorano libri di ogni tipo, ne discutono insieme, visitano città d’arte, vedono mostre, ascoltano conferenze, fanno trekking in montagna… lei è casalinga, ma non si adagerà mai nella sciatteria o trascuratezza: è anzi sempre impeccabile nell’abbigliamento e nella cura di sé, sia esteriormente che interiormente. Il figlio cresce educato, gentile, sensibile e molto portato per gli studi.
Questo idillio si interrompe tragicamente in un afoso giorno estivo: il loro unico, adorato figlio muore improvvisamente, inspiegabilmente. Loro due, schiacciati dal dolore più grande che un essere umano possa provare, si uniscono ancora di più e trovano conforto l’uno tra le braccia dell’altra e nell’incrollabile fede in Dio, sicuri che un giorno potranno riabbracciare l’amato figlio.
Passano così altri 10 anni, ogni giorno dei quali trascorso tenendosi per mano, parlando alla prima persona plurale, vivendo quasi in simbiosi. Un amore così grande che commuove anche l’animo più cinico.
Io sono del mio amato e il mio amato è mio’, cita lui il Cantico dei Cantici, sostenendo che sintetizzi quello che sono l’uno per l’altra.
Ma un brutto giorno scoprono che lei ha un cancro. Subisce un’operazione lunghissima, che sembra sia andata bene. Lei, sempre col sorriso sulle labbra e la mano stretta a quella del marito, sopporta dolore, chemioterapia, ricoveri senza mai lamentarsi. Anzi, scusandosi di ‘far correre in giro’ lui per lei, o di ‘disturbare’ i parenti e gli amici che vanno a trovarla.
Dopo due anni di calvario, durante i quali lui la accudisce amorevole, accarezzandola continuamente, massaggiandole la schiena o le gambe per darle sollievo, stando sveglio la notte per paura di non sentirla se ha bisogno di lui, lei muore. Lui rimane non solo vedovo, ma monco di una parte di sé, straziato da un dolore insopportabile, eppure, nonostante quello che ai miei occhi sembra un accanimento crudele del destino, lui ringrazia Dio per la fortuna di aver avuto accanto la moglie per 51 anni. E anche per aver avuto un figlio buono, sensibile e intelligente per gli anni che Dio gli ha concesso di poter trascorrere sulla terra. Mai, nemmeno una volta, lui ha parole di rabbia, rancore o astio verso Dio, verso la vita, verso i dottori, come ci si potrebbe aspettare. No: lui ringrazia per quello che ha avuto, che è stato tantissimo, dice.
Questa è una storia vera. Loro sono i miei zii. E io ringrazio il destino, la vita o Dio, come volete, per aver potuto essere testimone, dopo quella di cui ho già parlato qui, di una storia d’amore come questa. Meravigliosa, commovente, straziante. Eppure, nonostante il tragico epilogo, una storia così bella, pura e vera da restituire la fiducia nella vita e in quanto di bello ci sia attorno a noi.
Vi lascio col consiglio che mio zio ha dato a me e mio marito:
“l’amore non cade dal cielo, l’amore si costruisce, coltiva, innaffia come un fiore. E non è esaltato da gesti eclatanti, successi economici, regali costosi, vacanze esotiche, che pure vanno bene. I momenti più preziosi, più importanti, sono quelli che possono anche essere giudicati insignificanti, banali, come lo sfiorarsi affettuosamente passandosi accanto in una stanza, guardare un film abbracciati sul divano, ammirare in silenzio un tramonto tenendosi per mano… questi sono i mattoni sui quali costruire una vita insieme. Questo resterà, quando si invecchia. E non cedete alla tentazione del dare tutto per scontato: nulla è scontato. Tutto può cambiare. E tutto può cambiare in peggio e velocemente. Basta poco: una parola sgarbata oggi, una ripicca domani, ignorarsi, addossarsi le colpe, pensare “se solo lui/lei cambiasse un po’, se solo non facesse così…” “

Ecco. Non è facile. Forse, tranne che per pochi fortunati che conoscono e vivono un amore così grande, è addirittura impossibile. Ma ci si può provare.
Si può provare a resistere alle intemperie e alle asperità della vita aggrappandosi l’uno all’altra come loro due, a resistere come la ginestra di Leopardi, che rimane afferrata pervicacemente alla parete brulla e ostile del Vesuvio, e anche se sa che prima o poi dovrà soccombere, non si arrende alle condizioni avverse, ma le sopporta con dignità.
Cerchiamo di essere meno rose spinose e appariscenti, e un po’ più ginestre, tenaci e dignitose.